Ossa di Gioele forse ritrovate a Caronia, ma la speranza non muore
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- Pubblicato Mercoledì, 19 Agosto 2020 13:09
Alcuni resti umani appena rintracciati nella nuova zona delle ricerche a Caronia potrebbero essere quelli del piccolo Gioele.
La svolta, su cui si attendono conferme, è arrivata nel corso della mattinata. Alle ricerche si sono uniti un centinaio di volontari dopo l'appello pubblicato su Facebook da Daniele Mondello, marito della dj. I resti del corpo sono stati rinvenuti sotto a un rovo, poco lontano dal luogo in cui è stato identificato il cadavere della donna l'8 agosto scorso. Continua a leggere...
Luglio 2020, in memoria di Paolo Borsellino, sulla strada della verità.
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- Pubblicato Domenica, 19 Luglio 2020 07:38
Aula bunker di Reggio Calabria - Luglio 2020 - E' in corso
il processo “‘Nrangheta stragista” su un presunto patto fra le mafie calabrese e sciliana finalizzato all’attuazione di un disegno eversivo che prevedeva, fra l’altro, attentati contro l’arma dei Carabinieri.
“Molta verità è emersa in questo processo grazie al lavoro puntiglioso del Procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e della Dda di Reggio Calabria, ma sappiamo che altri sono coinvolti e non solo Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, e i due giovani autori materiali, Calabrò e Villani." Continua a leggere ...
Delitto Ceste, Elena uccisa da mente fredda e calcolatrice ...
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- Pubblicato Mercoledì, 24 Gennaio 2018 19:48
Asti - 24 gennaio 2014.
Elena, 37 anni, scompare tra le 8 e le 9 del mattino dalla sua casa di Motta frazione di Costigliole D'Asti, nell'astigiano. A dare la notizia è il marito della vittima, Michele Buoninconti, che racconta di essersi accorto della sparizione della moglie al suo rientro, dopo aver portato i quattro figli a scuola. Dalle prime ricostruzioni l'uomo sembra aver dato tempestivamente l'allarme, convinto della fuga della moglie o di un rapimento. Le indagini partono e proseguono incessanti, ma di Elena nessuna traccia... per mesi. Poi la svolta: il 18 ottobre 2014 i resti di uno scheletro vengono casualmente rinvenuti in un rivo. Il test del DNA conferma che si tratta di lei: è Elena. Dall'autopsia non emergono dettagli particolarmente rilevanti senonché l'assoluta assenza di veleni o altre sostanze che avrebbero potuto provocare la morte della 37enne. Gli inquirenti non hanno dubbi, Elena è stata ammazzata e la morte è sopraggiunta per asfissia. Tra i sospettati finalmente c'è il marito, tradito da alcune incongruenze: in primo luogo, l' uomo aveva affermato di aver visto sua moglie nel cortile la mattina della scomparsa, mentre i figli dicono di non aver visto la madre quella mattina; in secondo luogo la menzogna sul cane Gandalf, cucciolo di famiglia, riportato all'ex-proprietario con la scusa di non riuscire a gestirlo; ma qualcuno invece dichiarò che fu allontanato perché in grado di ritrovare la padrona. Ma ad inchiodare l'omicida, saranno le telefonate da lui effettuate: Michele la mattina del 24 gennaio infatti chiama il cellulare della moglie ben cinque volte in pochissimo tempo, minuti, trovandosi proprio nel luogo del ritrovamento del corpo come emerge dalle celle telefoniche; evidentemente il colpevole, preso dall'ansia di essere scoperto, compie un passo falso, credendo di aver sepolto insieme ad Elena anche quella che teme possa essere l'unica prova ad incastrarlo, e cioè il cellulare della moglie, che squilla infatti nella sua auto. Il buoninconti è stato condannato a 30 di carcere, dopo l'arresto avvenuto il 29 gennaio 2015. La sentenza afferma la premeditazione dell'omicidio, descrivendo come il marito abbia preparato il tutto nei dettagli, tracciandone un profilo spietato, freddo e calcolatore. Il movente è piuttosto banale, come sempre il male è, banale: odiava la moglie. Il risentimento nei confronti della moglie sarebbe risalito all'autunno del 2013, quando i coniugi ebbero un primo confronto sulla situazione familiare. Rilevante anche la testimonianza di un'amica di Elena, che ebbe una conversazione con la vittima qualche giorno prima, durante la quale quest'ultima affermava di essere "triste" per quanto concerneva la situazione in casa e il destino dei figli.
Nei due anni appena trascorsi l'assassino ha più volte tentato di avere contatti con i propri figli, ma questa possibilità gli è sempre stata negata, già privato della patria potestà, a causa di atteggiamenti intimidatori e minacciosi come frasi del tipo:"non dite che litigavo con mamma" o "l'avevo raddrizzata quella donna".
Ecco, sono queste le modalità che colorano di tinte fosche e oscure un quadro familiare tutt'altro che idilliaco e purtroppo questa storia appartiene ad una lunga serie di violenze sulla donna, un crimine che devasta nel profondo l'esistenza di intere famiglie. Dovere di cronaca
di Alessandro Miccinesi
Elena Ceste muore il 24 gennaio 2014 - Consapevolezza vs Femminicidio
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- Pubblicato Mercoledì, 24 Gennaio 2018 14:09
Morì, per l'ultima volta, il 24 gennaio del 2014 all'età di 37 anni, in un paese della provincia di Asti in Piemonte.
La storia di Elena è comune a moltissime donne e avrebbe potuto accadere in qualunque altro paese, del Sud Italia per esempio, come ad Angri nella provincia di Salerno, dove nacque e visse il suo assassino.
Dopo la seconda sentenza di condanna a 30 anni di reclusione per il marito Michele, arrestato il 29 gennaio 2015, Doveredicronaca dedica a lei, ad Elena, questo giorno: il ventiquattro gennaio.
Oggi Elena rappresenta tutte le innumerevoli donne oggetto di violenza morale e psicologica prima che vittime di omicidio. Le dedicheremo tutto, e attraverso di lei dedicheremo questo giorno a F., M., A. ...
Ricevo tante storie via email, diverse, eppure tutte con uno stesso filo conduttore a renderle identiche sotto determinati aspetti, perché le dinamiche della sopraffazione e della violenza non mutano da un individuo a un altro.
E' chiaro che non sempre c'è violenza in quello che leggo, e questo va detto subito per sgomberare il campo dal superfluo. Cosa non è violenza? Una parolaccia. Una. Una tantum. Persino uno schiaffo. Uno. Uno sporadico in svariati anni di convivenza ad esempio… in frangenti particolari ... incomprensioni, bisticci ogni tanto: la non ripetitività insomma. La sopraffazione invece è una dinamica sistematica, attuata con schematismi reiterati, quando casuale non è violenza di genere e va valutata per quello che è, per l'origine che ha.
Parlando di violenza, non si può prescindere dall'humus intorno e sottostante, che la nutre e l'alimenta. Se definiamo la violenza sulle donne come una piaga sociale, quindi un vero cancro, diciamoci la verità, non si è mai visto alcun tumore maligno capace di uccidere senza un microambiente favorevole.
Esistono, credo, tre modi per affrontare l'argomento "Femminicidio", quello controproducente che porta audience e soldi, quello che tenta di eradicarlo con la prevenzione e la sana informazione, poi ce n'è un terzo, la chiave di volta secondo me, e che deve appartenere assolutamente alle vittime: la consapevolezza.
Elena oggi ci aiuterà attraverso la sua storia a non sottovalutare i cosiddetti campanelli d'allarme, mentre qui offrirò stralci utili tratti dalle vostre storie, in modo che Insieme si possa provare ad essere più consapevoli. Dobbiamo farlo insieme per forza, perché qualsiasi piaga, qualunque malattia sociale si compone di tante fasi, cioè di diversi passaggi cruciali. E dobbiamo farlo anche perché non c'è modo più giusto per onorare la memoria di chi ha perso la vita: capire, per evitare altre morti.
Il primo elemento che mi colpì durante l'intero arco delle indagini del caso Ceste fu la difesa a spada tratta del marito da parte della famiglia d'origine. Nessun familiare dubitò di lui, al punto da arrivare tutti ad immaginare che davvero questa povera signora si fosse svestita completamente nel cortile di casa sua a gennaio, uscendo poi nuda e scalza, sotto la neve, oppure che avesse avuto, mamma di quattro bambini, incontri clandestini nell'abitacolo di un' automobile all'interno di un parcheggio, filmata persino da una telecamera, o tanto da credere che la vittima fosse una donna mentalmente provata e sofferente, cioè esattamente come emergeva da alcuni pseudo resoconti del marito. Uomo creativo e fantasioso come minimo. I genitori della stessa vittima, d'altro canto, sembrava che non osassero sospettare di un soggetto che invece aveva tutti i tratti caratteriali della morbosità e del bisogno di controllo sulla famiglia: "la ragione dell'omicidio deve essere ricercata nell'esigenza di Buoninconti di affermare il suo dominio" si legge infatti nella sentenza.
Viviamo in un clima di misoginia questo è vero, ma bisogna smetterla. E dobbiamo smetterla, perché la tipologia del soggetto violento non proviene, in genere, dal nulla. E' frutto di un microcosmo carico d' odio, intriso di comportamenti frustrati, misogini e soprattutto recidivi. Recidivi.
Le ragioni dell'odio possono essere molteplici, spesso è l'indole stessa della vittima, in questo caso una bella e valida ragazza del nord, dal carattere socievole, ad essere vissuta come disturbante dal maschio possessivo e incombente ...
Elena trascorse l'ultima estate della sua vita completamente da sola, mentre il marito, suo carnefice, era in vacanza con l'intera famiglia. Le condotte violente si avvalgono infatti dell'isolamento e del plagio, affinché le stesse non trapelino, e affinché non si intacchi il meccanismo del controllo da parte del carnefice sulla sua vittima, che dunque non deve poter parlare troppo e meno frequenta altri familiari meglio è.
Tra le mail ricevute A. descrive una storia molto simile a quella di Elena. Il marito ha un carattere predominante, che mai sopporta d'essere contraddetto. L'uomo manifesta una marcata tendenza a voler isolare la moglie per bisogno di gestire personalmente ogni relazione familiare, che deve passare perciò solo attraverso di lui. Le mente e l'ingiuria abitualmente, isolandola e picchiandola spesso.
Quello del Femminicidio è un microambiente intriso di menzogne, cinismo, violenze morali e ossessiva necessità di gestire e manipolare il rapporto umano. La bugia sistematica è infatti il primo e più semplice mezzo per tentare di esercitare un controllo sulla realtà. Quante volte è stata infangata Elena Ceste? Quanto sommerso resterà per sempre nella sua storia? Quanto altro male aveva sicuramente subito ?
Castelli di Fango - Matilde ci racconta di aver saputo che alcuni episodi drammatici, accaduti in casa sua da ragazza prima di sposarsi, venivano utilizzati dalla suocera qua e là … condizionando l'altrui opinione nei suoi confronti… al bisogno. E mi racconta come la stessa suocera, una signora con diversi problemi non solo economici, ancora oggi dopo tanti anni convinca il figlio a non farle mai sapere nulla di qualunque cosa dica di sua moglie a lui o ad altri, screditandola sistematicamente, ma mai apertamente in modo che la vittima non possa colloquiare o smentirne i contenuti. Matilde si chiede se anche questa non sia per caso violenza, come gli insulti costanti e la violenza fisica. Va dunque intanto detto che questi personaggi nella stragrande maggioranza dei casi hanno mamme complici, per interesse, rabbia frustrazioni varie... genitrici plagianti, più raramente i padri, che quindi li istigano alla violenza verbale e fisica.
Riguardo all'evitamento del dialogo aperto, non credo dipenda da M. Sembra piuttosto il mero tentativo di impedire che lei, anche soltanto con due o tre parole, peggio se dette con pacatezza, possa smentire pubblicamente menzogne, o altre torture morali, facendo così cadere quei famosi castelli di fango, non più su di lei, ma su chi li costruisce con tanta meticolosità. Tutto ciò costringendola a trovarsi in un ambiente sicuramente ostile e dannoso.
Consapevolezza - F. racconta che quando prova a rispondere con lucidità e razionalità alle cattiverie e alle bugie del marito questi, se non la picchia, o quando non la travolge con frasi volgari e violente, la zittisce così: “il problema è nella tua testa crei un malessere inesistente e lo proietti nella realtà, fai una vitaccia” Ed è in quei momenti che lei teme di impazzire, e ormai completamente isolata pensa al suicidio, istigata dal coniuge. Eccola, invece, la chiave di volta. Consapevolezza. Non solo F. non ha nulla che non vada, non ha alcun "malessere" suo, ma appare ovvio invece il tentativo di un microcosmo malato e che si fa "branco", appresso al familiare disturbato, di crearglielo il malessere. Di causarglielo pienamente il disagio. Per poi ? Dire esattamente come lei ha riportato. Ma non è affatto così, non c'è alcun malessere o malattia mentale nella sua testa che lei proietti ... piuttosto l'isolamento e il tentativo di minare la sua sanità mentale costituiscono un altro passaggio classico, una dinamica tipica, da letteratura.
In quanti momenti avrebbe potuto alzare la testai Elena? Se avesse parlato subito di probabili maltrattamenti, fisici e psichici, le avrebbero creduto? La consapevolezza allora deve essere anche quella di chi sta intorno. Possibile che tra i familiari di Elena, nessuno avesse mai percepito quella condotta del marito, quelle modalità ... le stesse descritte oggi dai magistrati?
Quanto femminicidio ha subito Elena? Quanto dolore nascondeva il suo sorriso?
E quindi, quanti Michele Buoninconti incontriamo ogni giorno. Con quanti familiari che sanno, che immaginano tutto o quasi, ci relazioniamo.
Ddc
Elena Ceste muore il 24 gennaio 2014 - Consapevolezza vs Femminicidio
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- Pubblicato Mercoledì, 24 Gennaio 2018 06:09
Elena Ceste. Elena
Morì, per l'ultima volta, il 24 gennaio del 2014 all'età di 37 anni, in un paese della provincia di Asti in Piemonte.
La storia di Elena è comune a moltissime donne e avrebbe potuto accadere in qualunque altro paese, del Sud Italia per esempio, come ad Angri nella provincia di Salerno, dove nacque e visse il suo assassino.
Dopo la seconda sentenza di condanna a 30 anni di reclusione per il marito Michele, arrestato il 29 gennaio 2015, Doveredicronaca dedica a lei, ad Elena, questo giorno: il ventiquattro gennaio.
Oggi Elena rappresenta tutte le innumerevoli donne oggetto di violenza morale e psicologica prima che vittime di omicidio. Le dedicheremo tutto, e attraverso di lei dedicheremo questo giorno a F., M., A. ...
Ricevo tante storie via email, diverse, eppure tutte con uno stesso filo conduttore a renderle identiche sotto determinati aspetti, perché le dinamiche della sopraffazione e della violenza non mutano da un individuo a un altro.
E' chiaro che non sempre c'è violenza in quello che leggo, e questo va detto subito per sgomberare il campo dal superfluo. Cosa non è violenza? Una parolaccia. Una. Una tantum. Persino uno schiaffo. Uno. Uno sporadico in svariati anni di convivenza ad esempio… in frangenti particolari ... incomprensioni, bisticci ogni tanto: la non ripetitività insomma. La sopraffazione invece è una dinamica sistematica, attuata con schematismi reiterati, quando casuale non è violenza di genere e va valutata per quello che è, per l'origine che ha.
Parlando di violenza, non si può prescindere dall'humus intorno e sottostante, che la nutre e l'alimenta. Se definiamo la violenza sulle donne come una piaga sociale, quindi un vero cancro, diciamoci la verità, non si è mai visto alcun tumore maligno capace di uccidere senza un microambiente favorevole.
Esistono, credo, tre modi per affrontare l'argomento "Femminicidio", quello controproducente che porta audience e soldi, quello che tenta di eradicarlo con la prevenzione e la sana informazione, poi ce n'è un terzo, la chiave di volta secondo me, e che deve appartenere assolutamente alle vittime: la consapevolezza.
Elena oggi ci aiuterà attraverso la sua storia a non sottovalutare i cosiddetti campanelli d'allarme, mentre qui offrirò stralci utili tratti dalle vostre storie, in modo che Insieme si possa provare ad essere più consapevoli. Dobbiamo farlo insieme per forza, perché qualsiasi piaga, qualunque malattia sociale si compone di tante fasi, cioè di diversi passaggi cruciali. E dobbiamo farlo anche perché non c'è modo più giusto per onorare la memoria di chi ha perso la vita: capire, per evitare altre morti.
Il primo elemento che mi colpì durante l'intero arco delle indagini del caso Ceste fu la difesa a spada tratta del marito da parte della famiglia d'origine. Nessun familiare dubitò di lui, al punto da arrivare tutti ad immaginare che davvero questa povera signora si fosse svestita completamente nel cortile di casa sua a gennaio, uscendo poi nuda e scalza, sotto la neve, oppure che avesse avuto, mamma di quattro bambini, incontri clandestini nell'abitacolo di un' automobile all'interno di un parcheggio, filmata persino da una telecamera, o tanto da credere che la vittima fosse una donna mentalmente provata e sofferente, cioè esattamente come emergeva da alcuni pseudo resoconti del marito. Uomo creativo e fantasioso come minimo. I genitori della stessa vittima, d'altro canto, sembrava che non osassero sospettare di un soggetto che invece aveva tutti i tratti caratteriali della morbosità e del bisogno di controllo sulla famiglia: "la ragione dell'omicidio deve essere ricercata nell'esigenza di Buoninconti di affermare il suo dominio" si legge infatti nella sentenza.
Viviamo in un clima di misoginia questo è vero, ma bisogna smetterla. E dobbiamo smetterla, perché la tipologia del soggetto violento non proviene, in genere, dal nulla. E' frutto di un microcosmo carico d' odio, intriso di comportamenti frustrati, misogini e soprattutto recidivi. Recidivi.
Le ragioni dell'odio possono essere molteplici, spesso è l'indole stessa della vittima, in questo caso una bella e valida ragazza del nord, dal carattere socievole, ad essere vissuta come disturbante dal maschio possessivo e incombente ...
Elena trascorse l'ultima estate della sua vita completamente da sola, mentre il marito, suo carnefice, era in vacanza con l'intera famiglia. Le condotte violente si avvalgono infatti dell'isolamento e del plagio, affinché le stesse non trapelino, e affinché non si intacchi il meccanismo del controllo da parte del carnefice sulla sua vittima, che dunque non deve poter parlare troppo e meno frequenta altri familiari meglio è.
Tra le mail ricevute A. descrive una storia molto simile a quella di Elena. Il marito ha un carattere predominante, che mai sopporta d'essere contraddetto. L'uomo manifesta una marcata tendenza a voler isolare la moglie per bisogno di gestire personalmente ogni relazione familiare, che deve passare perciò solo attraverso di lui. Le mente e l'ingiuria abitualmente, isolandola e picchiandola spesso.
Quello del Femminicidio è un microambiente intriso di menzogne, cinismo, violenze morali e ossessiva necessità di gestire e manipolare il rapporto umano. La bugia sistematica è infatti il primo e più semplice mezzo per tentare di esercitare un controllo sulla realtà. Quante volte è stata infangata Elena Ceste? Quanto sommerso resterà per sempre nella sua storia? Quanto altro male aveva sicuramente subito ?
Castelli di Fango - Matilde ci racconta di aver saputo che alcuni episodi drammatici, accaduti in casa sua da ragazza prima di sposarsi, venivano utilizzati dalla suocera qua e là … condizionando l'altrui opinione nei suoi confronti… al bisogno. E mi racconta come la stessa suocera, una signora con diversi problemi non solo economici, ancora oggi dopo tanti anni convinca il figlio a non farle mai sapere nulla di qualunque cosa dica di sua moglie a lui o ad altri, screditandola sistematicamente, ma mai apertamente in modo che la vittima non possa colloquiare o smentirne i contenuti. Matilde si chiede se anche questa non sia per caso violenza, come gli insulti costanti e la violenza fisica. Va dunque intanto detto che questi personaggi nella stragrande maggioranza dei casi hanno mamme complici, per interesse, rabbia frustrazioni varie... genitrici plagianti, più raramente i padri, che quindi li istigano alla violenza verbale e fisica.
Riguardo all'evitamento del dialogo aperto, non credo dipenda da M. Sembra piuttosto il mero tentativo di impedire che lei, anche soltanto con due o tre parole, peggio se dette con pacatezza, possa smentire pubblicamente menzogne, o altre torture morali, facendo così cadere quei famosi castelli di fango, non più su di lei, ma su chi li costruisce con tanta meticolosità. Tutto ciò costringendola a trovarsi in un ambiente sicuramente ostile e dannoso.
Consapevolezza - F. racconta che quando prova a rispondere con lucidità e razionalità alle cattiverie e alle bugie del marito questi, se non la picchia, o quando non la travolge con frasi volgari e violente, la zittisce così: “il problema è nella tua testa crei un malessere inesistente e lo proietti nella realtà, fai una vitaccia” Ed è in quei momenti che lei teme di impazzire, e ormai completamente isolata pensa al suicidio, istigata dal coniuge. Eccola, invece, la chiave di volta. Consapevolezza. Non solo F. non ha nulla che non vada, non ha alcun "malessere" suo, ma appare ovvio invece il tentativo di un microcosmo malato e che si fa "branco", appresso al familiare disturbato, di crearglielo il malessere. Di causarglielo pienamente il disagio. Per poi ? Dire esattamente come lei ha riportato. Ma non è affatto così, non c'è alcun malessere o malattia mentale nella sua testa che lei proietti ... piuttosto l'isolamento e il tentativo di minare la sua sanità mentale costituiscono un altro passaggio classico, una dinamica tipica, da letteratura.
In quanti momenti avrebbe potuto alzare la testai Elena? Se avesse parlato subito di probabili maltrattamenti, fisici e psichici, le avrebbero creduto? La consapevolezza allora deve essere anche quella di chi sta intorno. Possibile che tra i familiari di Elena, nessuno avesse mai percepito quella condotta del marito, quelle modalità ... le stesse descritte oggi dai magistrati?
Quanto femminicidio ha subito Elena? Quanto dolore nascondeva il suo sorriso?
E quindi, quanti Michele Buoninconti incontriamo ogni giorno. Con quanti familiari che sanno, che immaginano tutto o quasi, ci relazioniamo.
Ddc
